Da qualche anno a questa parte, i registi della nuova Hollywood sembrano provare un piacere perverso nell’abbattere ad accettate l’immagine da seduttore mondano di George Clooney. Primi furono i fratelli Coen, i quali gli imposero la maschera dell’idiota dalla fronte perennemente corrugata e l’occhio sbarrato. Poi è stato il turno di Reitman jr. – Jason, all’anagrafe -, che si è invece distinto per averlo fatto soccombere alla beffa di una femmina fredda e calcolatrice nel dolceamaro Tra le nuvole. Buon ultimo è arrivato Alexander Payne, ma con il carico da novanta: nel suo atteso The Descendants, in anteprima italiana al Torino Film Festival, viene inferto il colpo finale all’aura dell’ex Batman, promosso – per anzianità e meriti sul campo, si immagina – allo status di cornuto triste. In realtà, quest’ultima operazione rientra in una strategia più ampia e sottile. La sua metamorfosi nel mesto avvocato hawaiano Matt King è infatti un’esibizione di maturità interpretativa che, secondo molti commentatori, sgombra il campo da qualsiasi dubbio circa l’ennesima candidatura agli Oscar. Lo testimoniano la valanga di premi che sta sommergendo l’attore ed il plauso della critica americana, evidentemente desiderosa di incoronare ancora una volta il suo campione liberal prediletto.
Ma in attesa dei responsi invernali dell’industria hollywoodiana c’è il film, e con esso, volenti o nolenti, bisogna fare i conti. Protagonista di The Descendants è, come dicevamo, un uomo in crisi – l’ultimo di una lunga serie nell’itinerario filmico di Payne. Crisi esistenziale, sentimentale, patrimoniale. Crisi totale in cui l’avvocato King sguazza senza salvagente, dopo che un incidente in mare ha fatto sprofondare la moglie adultera in un coma irreversibile e, soprattutto, alla vigilia della dismissione del patrimonio immobiliare di famiglia – un’edenica baia contesa dalle multinazionali. Soffocato dalle responsabilità di affari ed affetti ma desideroso di ristabilire gli equilibri perduti e fare la cosa giusta, King parte quindi alla ricerca del suo misterioso rivale in amore, in compagnia delle due figlie (Amara Miller e la rivelazione Shailene Woodley, affascinante ma già manierata).
Questa, in sostanza, la trama: nulla di che, verrebbe da dire. Ma Payne, del resto, appartiene a quella ristretta cerchia di registi poco innamorati di sé stessi. Nel suo cinema non c’è ombra di autocompiacimento ed il virtuosismo – tecnico e narrativo – è severamente bandito, in favore di una linearità di scrittura e di una naturale tendenza a puntare sempre e comunque all’essenziale. Questa sobrietà gli è valsa, negli anni, un grande seguito tra i sostenitori più cauti dell’indie cinematografico, colpiti da un tocco malinconico che aveva ricordato a molti certo crepuscolarismo da tarda narrativa statunitense. Il successo planetario di Sideways ed un incomprensibile silenzio di sette anni (infarcito di discutibili revisioni di sceneggiature altrui) aveva quindi caricato di molte aspettative questa nuova pellicola. Ma se l’attesa non è stata del tutto vana, il risultato finale, comunque la si voglia mettere, appare piuttosto interlocutorio. The Descendants, nel complesso, è infatti un film sospeso, risolto nella sua pressoché perfetta geometricità narrativa, ma evanescente come la foschia che opprime le spiagge delle Hawaii. Tutto concorrerebbe a farne un’opera di prim’ordine – dalla funzionali luci di Phedon Papamichael alle canzonette indigene di accompagnamento, dagli assoli dei comprimari (notevole il redivivo Robert Forster nel ruolo del suocero) alla curiosa corrispondenza tra la desolazione interiore dei personaggi ed il grigiore con il quale viene ridimensionata la magnificenza del paesaggio oceanico – eppure manca qualcosa. Manca, contrariamente al passato, una tensione sotterranea, un collante emotivo che tenga in piedi l’edificio. Tutto è troppo corretto, immediato, quasi inevitabile – maturazione del protagonista compresa. Ed alla fine, dopo il pianto liberatorio e la presa di coscienza trans-generazionale, si scivola verso un finale facilmente prevedibile sin dai primi fotogrammi, che non lascia certo spiazzati o sorpresi, ma neppure malinconicamente saturi al pari dei film precedenti. Come se il regista procedesse ormai con il pilota automatico, consapevole di aver guadagnato in sicurezza e scioltezza, ma anche di aver perso parte della propria carica sentimentale e del proprio umorismo rassegnato.
Viene il dubbio che, forse, anche per un narratore di razza come Alexander Payne, l’appagamento post-Oscar ed il raggiungimento dei cinquant’anni siano un peso troppo gravoso per poter iniettare in un on the road iniziatico una qualche vitalità senza cadere in trappole retoriche e commerciali. Possibile che questa normalizzazione fosse scritta nell’evoluzione naturale delle cose: è pur sempre Hollywood, in fondo, ed è comprensibile che il talento si pieghi alle esigenze divistiche. Ma se Clooney ritira con successo un altro diploma da mattatore dolente, il suo Matt King, purtroppo, non ha la stessa forza di un Miles Raymond o di un Warren Schmidt. E a rimetterci sono spettacolo e spettatore.





Sono proprio contento che l’amico Max abbia scritto per il blog, un bel plus.
Analisi impeccabile, un film ben realizzato ma quasi freddo nel suo essere intrappolato su dei binari precisi e che cerca il salto di qualità nell’esotismo al contrario delle Hawaii come realtà quotidiana.
Il Clooney della maturità non è neanche un Clooney sorprendente o inconsueto, corna a parte.