Cheyenne è una ex rockstar cinquantenne che nei suoi tempi migliori faceva musica depressiva per ragazzini depressi. Nonostante si sia ormai parecchio insenilito, continua a vestirsi come quando era giovane: tutto di nero, con rossetto, trucco e capelli lunghi cotonati e laccati (effetto sporco). Il suo look è ispirato a quello di Robert Smith dei Cure. Adesso non suona più e si annoia, i neuroni decimati da anni di abuso di eroina (sniffata, rigorosamente).
Qualche comprensibile difficoltà a camminare, a relazionarsi con le persone, e a mettere in fila le parole per parlare. Un personaggio tra il mostruoso e il patetico. Come se Anjelica Huston si fosse fusa allo stesso tempo col Dustin Hoffman di Rain Man, con Edward Mani di Forbice e con Umberto Bossi (quello vegetale, post-trauma, ovviamente). In realtà è un personaggio molto simpatico e magnificamente interpretato da Sean Penn – almeno nella versione originale: chissà se la sua voce doppiata è altrettanto efficace.
Il primo film “americano” di Sorrentino, atteso con ansia da un paio d’anni, è stato accolto in concorso a Cannes piuttosto tiepidamente. Eppure è un bel film, certo una spanna sopra la produzione media italiana. Piacevole, spesso divertente, perfino emozionante a volte.
Come forse è tipico di molto cinema di Sorrentino, le qualità e i difetti di This Must Be the Place coincidono. Il film si regge su dei personaggi buffi (e in particolare su un personaggio buffo), una storia buffa, dei dialoghi buffi. Un personaggio, una storia e dei dialoghi scritti brillantemente e interpretati benissimo, s’intende. E poi: il film vanta una fotografia sofisticata, uno stile sofisticato, a volte virtuosistico. E una musica sofisticata (David Byrne…).
Insomma, è un cinema brillante e sofisticato, sempre molto preoccupato di mostrarsi così, in ogni inquadratura, ad ogni battuta. This Must Be the Place è pieno – troppo pieno – di “trovate” (a ogni livello, dalla fotografia ai movimenti di macchina, alla sceneggiatura), che sono sì sempre spassose e spesso geniali, ma sembrano costituire l’unica sostanza del film.
Sotto le “trovate”, il nulla. E a Sorrentino stavolta non va neppure male, perché è un nulla analogo a quello sofferto dal protagonista, nella storia. This Must Be the Place, infatti, tematizza la vuotezza, e racconta il riscatto del protagonista apatico dal limbo esistenziale nel quale si trova. La trama, che lo porterà a vendicarsi dell’aguzzino (?) del padre, è quella di un film “di formazione”: Cheyenne è un immaturo e deve crescere.
Un film “di formazione” come Una storia vera di David Lynch, che stando a Sorrentino sarebbe stato una delle principali fonti di ispirazione per This Must Be the Place. Ma allora, a voler cercare somiglianze con altri road movie intimisti, se ne troverebbero a bizzeffe: Broken Flowers di Jarmusch? Tra i film americani di qualche autore europeo affascinato dagli scenari statunitensi: Wenders? Piuttosto, il film di Sorrentino ricorda un’altra pellicola – un film altrettanto “stiloso” e sofisticato (ma forse non altrettanto brillante e certo meno virtuosistico): Somewhere di Sofia Coppola. Un altro (furbo) film esistenziale.
In conclusione il film è stato scritto da sceneggiatori che sanno scrivere, e molto bene (oltre a Sorrentino, Umberto Contarello), ed è stato diretto e fotografato (Luca Bigazzi, sempre lui) da ottimi professionisti. C’è però il sospetto che per mostrarsi all’altezza di un film “internazionale”, Sorrentino abbia esagerato – più ancora del solito – con la brillantezza e la sofisticatezza. E che ne sia uscito un film un po’ paraculo. Godibilissimo, comunque.







Devo ancora vederlo ma mi sembra che il nocciolo della questione sia azzeccatissimo: Sorrentino è sempre stato un regista più attento alla superficie, ma se la superficie dei suoi film ti piace non puoi che godertela, la visione in sala. Graziaddio ce li abbiamo anche noi dei registi così, poi che qualcuno si irriti è normale.
Allora, eccomi tornato all’ovile dopo la visione:
Ammiraglio, qualcosa mi ha disturbato, e io lo so bene quello che mi ha disturbato.
Troppa roba buttata in mezzo con pochissima convinzione. Ci sono degli alti e bassi mostruosi nel, forse conveniva fare un po’ di selezione.
No perchè tra bionde stupide con cagnolino, sessuomani obesi, hitler che passa, depresse in attesa alla finestra, su una camionetta, inventori di trolley, passanti annaffiati, partite di ping pong, partite di squash, chitarristi esuberanti, cacciatori di criminali nazisti, David Byrne buttato dentro alla cazzo, maestri di tai-chi, orfani di guerra, autostoppisti indiani, bisonti alla finestra, vecchi che monologano sulla vita e l’universo, mi pare che la volontà di fare l’eccentrico abbia tracimato un po’ gli argini.
A me la vena Kitsch di Sorrentino mi ha sempre preso bene, ma qua la sostanza del ritratto latita e le cose sembrano messe dentro per imbarazzo della scelta. Chiaro che si salvano una serie di momenti esilaranti e movimenti di macchina clamorosi, ma qua si disperdono davvero in un mare di bozzettismo inconcludente.
Concordo totalmente con te, mio caro Manute.
Date a un onanista il più grande pene del mondo e uno specchio e questo è ciò che succede!