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Sushi | Film

To Rome with Love
(Woody Allen, 2012)

E’ stato con un certo senso di malessere che mi sono avviata verso il cinema, l’altra sera, per vedere l’ultima fatica alleniana. Il fatto è che a dieci anni ho avuto proprio con Woody il battesimo del fuoco nel mondo dei film da grandi, e ci sono affezionata parecchio. Quindi è facilmente intuibile il disagio che mi è preso quando voci di corridoio hanno iniziato a borbottare che questo To Rome with Love (quanto sarebbe stato meglio il titolo pensato inizialmente, Bop Decameron!) fosse improponibile. Non mi piace vedere i miei migliori amici fallire.

Per la prima mezz’ora buona già mi sentivo frastornata dalla quantità di prodotti messi in bella fila (l’aereo Alitalia, il caffé Illy, le macchine Lancia, per citarne alcuni), della serie: siamo a Roma, celebriamo anche il made in Italy. No, Woody, non lo voglio il messaggio promozionale. E per quanto sia mia assoluta convinzione che come la racconti tu una città, nessuno, ti devo anche dire che i mandolini e “Volare oh oh” mi hanno un po’ deluso. Potevi fare molto meglio, lo sai. Comunque, ho deciso di ignorare qualsiasi accusa di stereotipo, perché, diciamolo chiaro e tondo: siamo stufi di essere visti in un certo modo all’estero, ma non possiamo certo dire che proviamo a dare un’immagine diversa. Anzi, dovremmo ringraziare che tra acqua San Benedetto, sole e traffico è stato messo pure Renzo Piano.

Ma veniamo al dunque: la capitale brulica di vita, e tra le molteplici storie di ogni singolo, piccolo abitante la lente d’ingrandimento viene messa su quattro vicende particolari, completamente slegate le une dalle altre. Schematizziamo per amor di semplicità:

1. Tiberi e Mastronardi sono una coppia di provincialotti, arrivati nella grande città per incontrare gli zii imprenditori, nella speranza di entrare a far parte prima o poi della Roma bene. I due ingenui sposini si ritrovano però separati per uno scherzo del destino, anzi, per la dabbenaggine della Mastronardi, qui in versione primavera/estate 1953. In questo modo si compirà la loro educazione sentimentale: Tiberi infatti verrà istruito dalla Cruz su come far felice una donna, mentre la sua “santa” mogliettina verrà prima sedotta da Antonio Albanese versione playboy, poi avrà parte in un buffo – ma neanche tanto – siparietto che comprende anche Scamarcio, rapinatore specializzato in alberghi. Il cast italiano si impegna, ma non convince pienamente, anzi, riesce a smorzare ogni sprazzo di ilarità, ma nella commedia degli errori che si è venuta a creare ho annusato aria di critica all’Italia di oggi (la Cruz è pur sempre una escort che ritrova tutti i suoi clienti a un ricevimento delle persone più in vista della città).

2. Benigni ritorna sulla scene, nel ruolo di un borghesissimo Leopoldo Pisanelli, che si ritrova a essere famoso semplicemente per il fatto stesso di essere famoso. Un’idea che poteva dare molti spunti interessanti, ma si limita a toccarli in superficie dando vita a un episodio in fin dei conti non sgradevole, dove comunque rivediamo il leit-motiv (cfr. Midnight in Paris) per cui non si è mai soddisfatti davvero di quello che si ha. Notevole il fatto che Tg3 e Tg5 si siano prestati, forse inconsapevolmente, a quella che è una vera e propria presa in giro di se stessi, e di ciò che rattrista del meccanismo dell’informazione nostrana.

3. La scena si fa internazionale e vediamo il trio Eisenberg – Page – Baldwin far da padroni a una vicenda che in effetti regala proprio per le loro interpretazioni. Incontriamo uno studente di architettura che nella sua immaginazione dialoga con il proprio mito, incontrato per caso per le vie di Roma, in un’evidentissima autocitazione da “Provaci ancora Sam” (vedi alla voce: Humphrey Bogart), e si ritrova innamorato della migliore amica della fidanzata. Ellen Page è un’intellettualoide da strapazzo con una qualche forma di nevrosi che io ho adorato e che a un certo punto se ne esce con una frase che suona pressapoco: “amo l’uomo che sa cogliere l’agonia dell’esistenza”. Qui Woody riprende in mano qualcuno dei suoi vecchi fili, e anche se debolmente, ci fa pur sempre sorridere, con una buona dose di cinismo.

4. Ultimo, ma per un motivo speciale: Hayley, classica turista americana, si innamora di Michelangelo, giovane avvocato paladino dei sindacati, e dopo qualche tempo (una settimana? Un mese? Quanto dura ‘sta benedetta vacanza?) decidono di convolare a discutibili nozze, con relativo arrivo dei genitori statunitensi di lei, ovvero Judy Davis e Woody in persona, finalmente di ritorno dall’altro lato della cinepresa. L’arrivo del solito, nevrotico Woody che conosciamo mi fa tirare un sospiro di sollievo. L’incontro tra le due famiglie è piuttosto comico, e, tralasciando l’abbigliamento delle donne italiane sempre preso dalla stessa collezione di cui al punto 1 – che voglio considerare un omaggio al vecchio cinema nostrano – neanche troppo stereotipato. Alla fine, il consuocero con le onoranze funebri fa sempre ridere. Ma proprio qui arriva la svolta che mi ha permesso di guardare questo film altrimenti dimenticabile con un occhio diverso. Jerry è un produttore discografico e impresario teatrale in pensione, e non ama affatto questa condizione, che come la moglie psicanalista (eccolo il nostro Woody, eccolo!) ripete in continuazione gli fa pensare che la morte è vicina. Quando si rende conto che il futuro consuocero sotto la doccia ha una voce da tenore (e in effetti Fabio Armiliato tenore lo è) decide di sfruttare il suo talento per trovarsi qualcosa da fare. Ed ecco la scena più surreale dell’intero film: un teatro gremito, un pianista composto e una doccia nel mezzo del palco.

Ed è qui che ho capito. To Rome with Love vuole sì in parte essere un tributo all’Italia e a quello che era, ma, soprattutto, è l’ennesimo tentativo di Woody Allen di fuggire alla morte (e questo si sapeva), solo che questa volta non prova a nascondercelo, anzi, ce lo racconta proprio. Jerry non è il classico personaggio alleniano, ma E’ Woody Allen. Che in patria non è apprezzato quanto in Europa, ricordiamolo, e infatti il suo Jerry “precorre sempre i tempi”. E pur di non sprofondare nell’oblio della pensione propina al suo pubblico un’ assurda versione dei Pagliacci, che già di copione prevede una fusione tra realtà e finzione, con il protagonista sotto la doccia. Qui c’è la sua confessione: questo film non ha un suo perché, non vuole arrivare da nessuna parte, è caotico e svogliato, ha lo stesso significato di un tenore che canta bene solo mentre si fa i cavoli suoi, lavandosi. Ce lo dice chiaro e tondo, e già che c’è lo fa mettendo in scena Pagliacci, dichiarando il suo amore per quello che di bello abbiamo nella nostra tradizione, l’Opera, e sfruttando così un possibile paragone tra quell’ironica Italia ottocentesca e quella odierna. Si mette poi avanti, leggendosi da solo le critiche negative, che infatti sono fioccate veramente, e mostrandosi soddisfatto di essere un minus habens. Questo film verrà ricordato come uno tra i suoi peggiori, e tanto brillante in fondo non lo è, ma alla fine io sono comunque uscita dalla sala pensando che pensionamento in arrivo o no, Woody ne sa sempre e comunque una più del diavolo. Forse è il diavolo stesso.

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(Woody Allen, 2012)”

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