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Sushi | Film

Troll Hunter
(Trolljegeren, André Øvredal, 2010)

Se anche Voi, come il Cattivo, camminate camminate e non sapete più dove siete, state all’occhio. Evitate la Norvegia, quella montuosa per meglio dire, tutta e non se ne parla più. Andateve in Danimarca, in Svezia, salite su fino all’Islanda che con la crisi e il default e vattelapesca ora pare che sia il posto dove tutto funziona ma, per carità, evitate la Norvegia. L’opzione “state a casa vostra come faccio io e, al massimo, andate al cinema” non è male. Potreste allora andare a vedere Troll Hunter (Trolljegeren, André Øvredal, 2010 ) e capire il senso della stentata introduzione di qui sopra.

Una troupe giornalistico-universitaria che potremmo essere noi tanti anni fa cerca disperatamente di stabilire un rapporto con un misterioso e scorbutico cacciatore di frodo. Lo braccano, prendono pioggia, parole e botte, ma niente: lui non parla, fuma e sbotta come me ai bei tempi. A un certo punto, però, il nostro scontrosone si scioglie, parla e fa tremare ogni certezza a colpi di muco e lampade trifacciali.

Il film è un omaggio al buon vecchio Blair Witch Project (Daniel Myrick, Eduardo Sànchez, 1999) di un milione di anni fa con accenti acuti e dieresi nei nomi propri, polpette che non si chiamano così e trolls ridicoli. Non è facile capire di che si tratta perché io credevo che David Gnomo fosse uno di loro ma, grazie a questo film, ora so che sono gente difficile e intollerante. Sì perché ciò che più resta del film, alla fine, è che se sei cristiano i trolls ti sentono, s’incazzano e sono problemi tuoi, poi. Uomo avvisato mezzo salvato!

Citazione e ammiccamento sono concetti facili per chi non ha fatto della pornografia zoofila una bandiera di libertà e diritti civili. Per noi sushiettibili della colonna bolognese, poi, che di “quellarobbalà” ne abbiamo sentito parlare per mesi è davvero aria fritta. A quanto pare da quelle parti lì, dove solo il Cattivo arriva bestemmia e se ne va, tali concetti non sono assodati e se vanno verso il parossismo e il “si vede che l’ho fatto apposta?!”

Per fare il figo potrei citare Offscreen (Christoffer Boe, 2006) e ricordarne il senso di nausea dato dalla videocamera amatorale che balla, cade nel sangue e viene ripresa da un ciccione nudo che piange. Ahimè non lo farò e mi limiterò a ricordare che quando la strega di Blair ha fatto il suo ingresso negli incubi dei più piccini, nei sogni dei suoi produttori e nel fastidio dei cinefili, internet era ancora robetta, ci bevevamo tutto ed avevo ancora un sacco di capelli.

2.5 milioni di euro, il budget, son soldini e, di questi tempi, meglio la carne che l’osso e darci dentro a più non posso quindi ben venga la freschezza delle sequenze finali tra ghiacciai e albe fragorose di urli millenari – 15 anni dura la gestazione di un troll, per la miseria! – ma ancora una volta me ne vado chiedendomi moralista, quale sono, se ne vale la pena di sprecare denari con la videocamere che traballano e ragazze che frignano mezze sfocate e mezze fuori campo.

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(Trolljegeren, André Øvredal, 2010)”

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