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pescecrudo

Un poison violent
(Katell Quillévéré, 2010)

Anna ha quattordici anni. Nei ricordi di molti è una pessima età, un po’ qui, un po’ là. Anna legge libri illustrati, impara a fare le giravolte con l’amica; ma accompagna anche la stessa amica a fumare di nascosto, e, frequentando l’amico Pierre, inizia ad avvertire le prime, naturali pulsioni sessuali. Non è una storia scabrosa, non c’è un ragazzo grande che tenta di approfittarsi di lei. Pierre è ingenuo esattamente quanto lei, grandi occhioni da bimbo e collanina un po’ tamarra al collo, come penso molti quattordicenni ne abbiano indossate d’estate. La differenza tra di loro è Dio.

Pierre vive la propria fede con serenità, ci crede fino a un certo punto, non si fa problemi. Anna è tornata dal collegio per le vacanze, e deve fare la Cresima. Quella che per molti è solo un’occasione per farsi regalare gioielli e soldi è vissuta dalla protagonista e da sua madre come un momento fondamentale, da vivere con serietà, anche per proteggere una certa dignità davanti alla piccola comunità paesana, in questo simile alla bigotta cittadina di Chocolat (a salvare i francesi dal pregiudizio di chiesaioli ci pensa il prete italiano, divenuto un rifugio per la madre di Anna).

In Un poison violent si possono ritrovare certi elementi archetipici della fiaba al femminile: del resto,  le fiabe sono da sempre deputate a raccontare il delicato passaggio dall’infanzia all’adolescenza. L’incontro con il diverso da sé, il lupo o l’essere maschile che dir si voglia, fa sì che la ragazza affronti con maggior turbamento la propria fede. La tentazione rimette in gioco tutte le carte per lei, eroina davanti al tradizionale rito d’iniziazione. La madre è prostrata dall’abbandono del marito e trova conforto sempre di più nella religione; ma è anche colei che vede la figlia crescere, diventare bella e vedersi offrire tutte quelle possibilità che per lei sono ormai passate, è la madre/matrigna invidiosa. C’è poi l’ “aiutante magico”, il nonno malato, in questo caso non convenzionale, perché invece di guidare la protagonista verso quello che agli occhi di tutti è il lieto fine, la celebrazione della Cresima, le apre gli occhi sulla parte più terrena della vita: è un amante dei piaceri carnali, e nelle sue ultime ore non è interessato a chiedere perdono per i suoi peccati, bensì vuole poter rivedere un’ultima volta il luogo da cui proviene, L’origine du monde, per dirla alla Courbet.

Nell’estate un po’ piovosa di Anna si spalanca la possibilità della scelta: l’esempio del padre ateo – a cui è affezionatissima nonostante l’abbandono -, del nonno e di Pierre le fanno capire che può emanciparsi dall’educazione ricevuta. Anna dice di credere, ma non sa “se è pronta”: al funerale di un vicino, la tensione di fronte alla nuda buca nel terreno è tale da farla svenire. La madre vive la religione come un conforto, ma Anna teme di non riuscire a conciliarla con i pensieri “impuri” che avverte: è il momento in cui ci si rende conto non solo che il “fuori” è più grande, ma che anche dentro di sé ci sono ancora luoghi inesplorati, che possono spaventare o venire accettati. La possibilità di un mondo senza Dio porta a reinventarsi, a porsi domande su se stessi, a scoprirsi come individui indipendenti.

E’ con toni delicati, ma non mistificatori che viene narrato il conflitto interiore di Anna, con una consapevolezza da autobiografia. Il titolo si rifà a una canzone di Gainsbourg, ma sembra contrastare con il tenore del film: non c’è “violenza”, il veleno, se così si vuole chiamare, si insinua nell’animo della ragazza con la naturalezza del processo di crescita. I pochi personaggi sono granitici nei loro ruoli, fatta eccezione per Padre François – adulto, quindi teoricamente “arrivato” – nuovamente posto di fronte alla propria debolezza umana, mai del tutta vinta. Come a dire che, in fondo, la battaglia di Anna la si combatte un po’ tutta la vita.

Una fiaba mascherata un po’ a rovescio, forse un po’ grezza nelle sue forti dicotomie (padre ateo/madre religiosa, carne/spirito), ma gradevole, e narrata in maniera semplice e diretta. Diciamo con una finta ingenuità.

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(Katell Quillévéré, 2010)”

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