Nader (Peyman Moaadi) e Simin (Leila Hatami) sono una coppia in dirittura d’arrivo. Lei vuole divorziare, lui glielo concede. Al centro la disputa per la custodia della figlia (Sarina Fahadi), il padre di lui malato di Alzheimer, il desiderio di lasciare l’Iran di lei.
Simin torna dai suoi in attesa di un espatrio che non arriverà mai nonostante abbia ottenuto il permesso dalla legge e dal marito, lui cerca di continuare la vita di tutti i giorni con faccende domestiche e familiari a carico, per farlo assumerà Razieh (Sareh Bayat) come badante del padre.
La donna è incinta e viene accompagnata dall’altra figlia di cinque anni. Tutto ad insaputa del marito, disoccupato e continuamente braccato da polizia e creditori, che altrimenti non le avrebbe mai dato il permesso di lavorare. Un giorno però la donna si allontana dal posto di lavoro lasciando l’anziano malato legato al letto. Nader scoprendo l’accaduto, la caccia in malo modo di casa facendola cadere dalle scale e provocandole un aborto.
Dilungarsi sulla trama di un film di Asghar Faradhi è quasi doveroso. Il regista iraniano è prima di tutto un narratore minuzioso in grado di raccontare storie molto semplici che assumono valenze universali, pur rimanendo ben ancorate alla realtà geografica, politica e storica che le sono proprie. La minuziosità è quella della camera a mano che segue i personaggi negli interni, appartamenti e stazioni di polizie, che si butta per strada schivando le auto con i protagonisti, che si ferma immobile ad osservarli nel finale quanto mai pittorico, così come all’inizio si era incarnata nell’occhio di un giudice invisibile, metafora del potere e manifesto programmatico.
La minuziosità è quella del racconto che si sviluppa in maniera a-lineare, arricchendosi di particolari, sviluppando trame e psicologie dei personaggi di contorno, al fine da descrivere un Paese con quello che poco meno è un microcosmo familiare.
Fare cinema in Iran non è facile. Lo aveva già capito Faradhi con il precedente About Elly, lo ha capito Jafar Panahi con Offside, lo ha capito l’attrice Marzieh Vafamehr con My Theran for sale. La capacità di Faradhi è quella di prendersi beffa della censura di regime, proponendo un racconto dall’apparenza innocuo che innesca una serie dinamitarda di domande in grado di far vacillare le più solide certezza autocratiche. Specie quando il film arriva all’estero, vince tutto quello che si può vincere al Festival di Berlino e costringe la delegazione diplomatica iraniana a lasciar il Paese quando ormai è troppo tardi per disinnescare l’ordigno.

In generale non è un film facile. Non lo è da noi, né in Iran, né deve esserlo stato a Berlino nonostante la vittoria univoca.
Non ci sono risposte facili. Né facili interpretazioni sul finale, né giudizi manichei sui singoli personaggi e le loro meschinità poi nemmeno tanto celate. Sono tutti colpevoli, anche i bambini, anche le donne, nonostante poi siano le donne e le bambini a dimostrare una maturità più ragionata, spesso precoce ed innocente anche nel mentire.
Sulla figura femminile potremmo essere più indulgenti, soppesando quella che è una condanna sociale, sciovinista e teocratica, ma alla fin fine anche loro nel loro giurare, spergiurare, difendere il marito o i propri interessi, hanno le loro colpe, e non lo nascondono, maturando a ciel sereno e sotto il velo mille conflitti interiori.
È il conflitto personale quello che né fa concepire la realtà in modo lucido né onesto, né tantomeno aiuta il rapporto tra la causa personale e la responsabilità nei confronti del resto del Paese. Perché la separazione del titolo non è solo quella della coppia, ma quella tra classe media e classe povera, tra laicità e religione, tra popolazione e potere. L’inizio e la fine sono emblematici a tal riguardo. In apertura la macchina da presa è l’occhio del giudice senza volto, i protagonisti guardano in camera sfruttando la soggettiva per raccontarsi. In chiusura con lui e lei al distretto di polizia, separati da una porta in due stanze diverse ai due lati opposti del corridoio, uno in piedi e l’altro seduto. Nel mezzo a scorrere l’Iran. Quello cavilloso, burocratico, del diktat.





Bellone il film e bello anche il pezzo, sono d’accrodo.