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Sushi | Film

Without
(Mark Jackson, 2011)

Mark Jackson scopre le carte fin dalle prime inquadrature. Siamo negli Stati Uniti, ma l’ambientazione non è quella abituale e metropolitana dell’immaginario nuovaiorchese – losangelino. Vediamo una massa d’acqua, un traghetto, boschi. La fotografia è plumbea, livida. Si indovinano il freddo, l’umidità nell’aria. La protagonista siede da sola, schiacciata contro il finestrino del traghetto, stretta al suo cellulare. Il prologo è perfetto: in meno di un minuto Mark Jackson declina tutte le coordinate cinematiche di una solitudine avvolgente, di una perdita esistenziale che attraversa tutti i livelli della messa in scena.

L’incipit – l’arrivo del traghetto in quella specie di eremo conradiano – richiama quello di Shutter Island, e con il film di Scorsese questo Withouth intrattiene più di una relazione. L’isolamento, il tono del racconto, le tentazioni di genere.

Jocelyn arriva sull’isola per fare da badante a un vecchio paralitico, incapace di muoversi e comunicare. La famiglia di lui si appresta a partire per le vacanze, e alla giovane toccherà prendersi cura tanto dell’avo quanto della casa. Rimasta sola, e tagliata fuori dal mondo – la casa non è allacciata a internet e non c’è campo per il cellulare – Jocelyn inizia a scivolare in una sorta di limbo. La grande abitazione precipita nel disordine mentre la ragazza divide il suo tempo tra fugaci contatti esterni e tentativi infruttuosi di comunicare: col vecchio, ma soprattutto con lo smartphone, nel tentativo di raggiungere una compagna-amante (suicida) di cui non restano che pochi  file immagine e qualche frammento video.

Fin qui, il film corre sui suoi binari e tutto sommato ci va bene così. Poi le cose cambiano. Iniziamo a notare una serie di inquadrature sghembe, in cui la protagonista è osservata di spalle, attraverso una quinta – una porta, la finestra. I suoni ambientali si amplificano,  certi oggetti cambiano misteriosamente di posto durante la notte, strani graffi appaiono sulla schiena della ragazza. Sono stilemi da horror, e lo spettatore – suo malgrado – ci rimane invischiato.

Ma io non ci sto. Usare il genere per tenere alta la tensione è un trucco da due soldi. Tant’è che alla fine la soluzione del mistero non arriva: il vecchio resta paralitico, la minaccia si dissolve così come si era materializzata e il film si richiude nel suo affresco emotivo, con Jocelyn che crolla e abbandona l’isola più sola di quando vi era arrivata. Si dirà: ma come, non capisci che era tutto nella mente di lei, che noi percepiamo le sue paranoie, la sua deriva? Sì. Va bene. E i graffi, gli oggetti che si spostano? No, la verità è che – a dispetto di uno spunto interessante e una messa in forma eccellente – Jackson non crede nella sua storia, e sente il bisogno di puntellarla con queste trovate di terz’ordine. Contaminare i generi, direte voi. Forse. Dalle mie parti, lo chiamiamo giocare sporco.

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(Mark Jackson, 2011)”

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